Arcadia

INTERVISTA A CHRISTINA G HADLEY

Genealogie del Futuro riflette sull’abitare contemporaneo, ripensando nuove modalità di convivenza e partecipazione attiva. Come vengono declinati questi aspetti nella tua ricerca?

Mi riesce difficile rispondere a questa domanda perché normalmente per me l’abitare ha un senso ampio che non riesco a racchiudere in poche righe, ripensando però strettamente e solo ad Arcadia, il “rifugio” post-apocalittico diventa il luogo della messa in comune, un territorio fertile dove possiamo reinventare le nostre identità, “glitchando” la nostra percezione e noi stessi in un multi-verso dalla sottile complessità, dove esistiamo e affrontiamo la catastrofe da un nuovo punto di vista.

Nel progetto Ecosofie Urbane le modalità del vivere cittadino vengono ripensate secondo una sensibilità ecologica sostenibile: in che modo avviene questo ripensamento nel tuo lavoro? Quali rapporti nuovi, secondo te, possono instaurarsi tra vita urbana e pensiero ecologico?

Per quanto riguarda la prima domanda non credo di essermi mai concentrata sul ripensamento delle modalità del vivere cittadino, piuttosto su come agevolare la comunicazione e la diffusione di quelli che sono i dati a disposizione sul cambiamento climatico e l’emergenza energetica. Abbiamo tonnellate di evidenze scientifiche sul cosa fare e come, ma fatichiamo ad applicarle per banale ignoranza.

La progettualità alla base di Ecosofie Urbane mira a tessere relazioni inedite alla luce di una collettività possibile. Parlando di futuro, quali scenari vuole evocare il tuo intervento artistico?

Unitevi all’armata della Sposa e lo scoprirete.

Il “soggetto nomade” proposto da Rosi Braidotti negli anni ’90 è una soggettività fluida, non binaria, post-antropocentrica. Lì, il nomadismo è inteso come una continua deriva della soggettività, non più secondo logiche geografiche, ma politiche e  sociali, che mettono in crisi il concetto stesso di “soggetto”, de-territorializzandolo continuamente. Arcadia è un rifugio post-apocalittico, quindi un territorio di accoglienza, un riparo dalla crisi che si prospetta nella miriade di futuri prossimi. La crisi, come il “soggetto nomade” sono elementi chiave per comprendere la nascita di Arcadia, vuoi parlarci di come immagini questa comunità virtuale? In che modo le soggettività al suo interno si esprimono tramite questa cyber-territorialità?

Ho sempre immaginato Arcadia come un’opera processuale, al posto di qualcosa di finito e definito. 

Parte del processo è anche l’imprevedibilità delle cose. 

Quando ho iniziato a lavorare su Arcadia, anche lo sviluppo della sua storia e di quella della Sposa si è rivelato imprevedibile: l’idea di base era creare un culto dove gente che, come me, si sente oppressa o non rappresentata possa rispecchiarsi. La religione ha sempre fatto parte della mia vita, la mia famiglia è molto credente e io ho vissuto metà della mia esistenza in un paesino dove tutto gira intorno alla religione. So per certo che molte delle mie insicurezze provengono anche dalla forte influenza cattolica, eppure non mi sono mai sentita parte di quella comunità. La mia gente la cercavo altrove, nei forum a tema su internet o tra le pagine di MySpace. Due punti focali della religione monoteista, qualsiasi essa sia, sono il forte binarismo con una preferenza verso l’uomo e la promessa della felicità in un mondo diverso, lontano da quello terrestre. Per raggiungere la felicità devi soffrire e sentirti in colpa per le tue azioni, ma si sa quanto tutto ciò sia ipocrita. Il culto della Sposa si concentra sull’immanenza, su ciò che stiamo facendo ora sulla Terra e alla Terra, e chiama a sé la gente attraverso ciò di cui ormai non riusciamo più a fare a meno, il virtuale.

Paul Virilio parlava del nuovo spazio virtuale come di uno spazio violento: 

“Per millenni e in ogni paese del mondo la storia si è costruita all’interno dello spazio attuale, che è quello della geografia, della realtà materiale, e della prospettiva quattrocentesca. Attualmente queste nuove tecnologie hanno acquisito una pregnanza, un potere di suggestione e di condizionamento che sono destinate a modificare i rapporti sociali e politici.”

Io credo che lo spazio virtuale può anche essere una messa in comune per combattere e mostrare dissenso in un momento accelerato di distruzione.

Immagino una comunità dietro Arcadia incazzata come me e ferita, che non si sente rappresentata né dalle politiche attuali e né da ruoli e identità preimpostati.

Non voglio peccare di presunzione, so per certo che le comunità non nasceranno dal giorno alla notte, saranno rapporti che dovranno essere coltivati e costruiti e portati avanti. Sul come è una grossa incognita attuale, ma è parte del processo di Arcadia. Non immagino persone che visitano il mondo di Arcadia e basta, immagino teste che si riuniscono, progettano, creano e pensano ai modi di agire e di vivere al meglio su questo pianeta infetto come direbbe Haraway. Dal semplice riunirsi per ballare, a qualcosa di più ampio.

Mi piace pensare alla comunità che si verrà a creare come le pantere nere descritte da Gibson nel quarto capitolo del Neuromante: teste che si uniscono tutte allo stesso tempo, in uno spazio condiviso, con lo scopo di creare disordine e disturbo.

glitched cyber-cosmic bodies 

“Muoversi non è più spostarsi da un punto all’altro della superficie terrestre, ma attraversare universi di problemi, mondi vissuti, paesaggi di senso. Queste derive nelle trame dell’umanità possono incrociare le traiettorie ordinarie dei circuiti di comunicazione e di trasporto, ma le navigazioni trasversali, eterogenee dei nuovi nomadi esplorano un altro spazio. Noi siamo gli immigrati della soggettività.”

(Pierre Levy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyber-spazio, Feltrinelli Interzone, 1996)

Pensiero laterale, distorsione della coscienza, moltiplicazione della soggettività, alterazione dei sensi, esplorazione, fluidità. 

Alzo gli occhi, c’è l’aurora boreale. Sono confusa. Dove sono? Chi sono? 

Le mie mani non le ricordavo così. Sembrano diverse. Cerco di ricordarmi chi sono, ma a questo punto a cosa serve? 

Forse potrei viaggiare. Cosa potrei scoprire se non fossi più Io, se da questo momento la soggettività che mi identifica potesse diluirsi all’interno di un cyber-cosmo, potesse ascoltare un universo alternativo di senso, fuori da ogni registro linguistico e dialettico conosciuto nella “realtà”. 

Da quel momento il vostro corpo potrebbe diventare quello che volete, le persone che avete conosciuto non le ricordereste più. L’identità che è stata classificata, organizzata, scartata e composta all’interno del tessuto sociopolitico che organizza le nostre vite, scomparirebbe. 

Il glitch della coscienza, la soggettività nomade, movimento, dialettica, continua mutazione, tutto e niente contemporaneamente. 

Il lavoro di Christina G Hadley si posiziona in quell’interstizio che tutti i giorni consumiamo alla stregua di lavoratrici sottopagate, il web. Arcadia è un luogo in movimento, una comunità di soggettività mutanti. Il rifiuto nella realtà diventa la calce con la quale tirare su le fondamenta della complessa politica di Arcadia: anarchica, cyber-transfemminista e antirazzista. Chiunque può approdarci, basta conoscere la via, basta seguire la Sposa. 

Arcadia germoglia dalle ceneri di un mondo sommerso, in un paesaggio post-apocalittico conseguente all’estrattivismo predatorio e insostenibile dell’Antropocene. Christina G Hadley, attraverso una narrazione speculativa, ci guida nella storia della Sposa, una donna vittima del sistema patriarcale che ha preso il sopravvento dopo una devastante crisi planetaria. Sul punto di morte, nel disperato tentativo di salvare dal collasso ambientale la Terra, la Sposa ha portato in un luogo sicuro, che trascende lo spazio e il tempo, piante, animali, esseri umani e non-umani senza esclusione di genere, orientamento sessuale ed etnia, generando Arcadia. All’interno di questo

luogo le anime arcadiane possono vivere su più piani temporali e spaziali, possono decidere di mutare in energia, che alimenta, insieme a quella della Sposa, la vita della città. Arcadia è una piccola isola prevalentemente formata da ghiacci e cristalli e perennemente costellata da fenomeni simili all’aurora boreale. Nelle acque cristalline che la circondano, a volte, si possono anche intravedere creature marine. Il punto più alto è torreggiato dal tempio della Sposa, nel quale avvengono rituali e alleanze fra corpi.

Questo luogo, che nel nostro mondo esiste all’interno del video-gioco interattivo VRchat, è una porosità nella quale possiamo scivolare per divenire altre, nella quale possiamo reinventare noi stesse e i concetti di corpo e spazio seguendo nuove narrazioni, nuove trame relazionali per guardare da altre prospettive la crisi.

Il concetto di fine, secondo l’antropologo italiano Ernesto De Martino, è associabile ad una crisi della presenza. Ovvero, il timore di non poter più essere dentro nessun mondo culturale possibile. In altre parole, un’apocalisse. Arcadia nasce da una fine, quella della Sposa, che si dissolve in questo nuovo cosmo, nel quale il culto e il rito diventano delle pratiche collettive immaginative di radice femminista e queer, alle quali la comunità aderisce sprigionando una forza collettiva, molteplice ed indefinibile. 

Il rituale, in un luogo come Arcadia, perde la sua funzione di ripetizione storica, di rievocazione religiosa. Non è più l’esorcismo della fine ma un avvenimento fuori da ogni schema spazio-temporale, che vive nella mescolanza delle identità, nel compost relazionale di cui viene caricato. Le “sopravvivenze” che riemergeranno nelle future celebrazioni all’interno di Arcadia, non saranno le paure, la morte, l’inizio e la fine dei tempi, ma un collasso totale di queste direttive binarie. Dentro e fuori, qui e ora, uomo e donna, non serviranno più, poiché nel registro semantico di Arcadia non significano più nulla. 

L’opera di Christina G Hadley immagina pratiche pedagogiche nel cyber-spazio, contro l’utilizzo capitalistico dei dispositivi di videogaming. Arcadia apre una fessura in questa prospettiva, nel quale possiamo imparare insieme ad altre la complessità delle nostre soggettività e dei mondi che abitiamo, virtuali o reali che siano. 

 

Leonardo Bentini