Sintropoli

INTERVISTA A YASMINE CHIBOUB

Genealogie del Futuro riflette sull’abitare contemporaneo, ripensando nuove modalità di convivenza e partecipazione attiva. Come vengono declinati questi aspetti nella tua ricerca?

Nella mia ricerca mi pongo come osservatrice partecipante del Mondo, m’interrogo e interpreto gli  spazi che abito, senza offrire alcuna risposta o proposta diretta di partecipazione attiva. Il mio tentativo è quello di attivare lo sguardo su dei luoghi reali, tento di aprire su di essi degli ambigui scenari del possibile, che si oppongono all’idea di un Mondo ipercomprensibile e risolvibile in  ogni suo aspetto. 

Alcuni dei miei lavori recuperano o si riferiscono ad architetture realmente esistenti, talvolta delle  rovine, degli scarti, che trasporto, tramite l’utilizzo di tecniche diverse, in dimensioni immaginative,  che invitano a nuove letture del reale.  

Nel progetto Ecosofie Urbane le modalità del vivere cittadino vengono ripensate secondo una sensibilità ecologica sostenibile: in che modo avviene questo ripensamento nel tuo lavoro? Quali rapporti nuovi, secondo te, possono instaurarsi tra vita urbana e pensiero ecologico?

Il ripensamento che avviene nel mio lavoro riguardo alla questione della sostenibilità ecologica è utopico. Immagino possibili scenari fantascientifici, in cui intervengono elementi anomali, fuori dal  controllo umano, a “salvare la situazione”, a riuscire ad aprire un dialogo con il pianeta. Questo in parte lo fa chi si occupa di permacultura, cercando di creare un dialogo con il terreno e con le piante, partendo dall’osservazione di come si comportano in luoghi in cui l’essere umano non è  intervenuto. 

Non so quali rapporti nuovi possano instaurarsi tra vita urbana e pensiero ecologico, spero che  divisioni come città/natura scompariranno in futuro e il Parco della Vettabbia è un esempio dell’abbattimento di questa dicotomia, grazie proprio al suo insediarsi fisicamente nella città. 

La progettualità alla base di Ecosofie Urbane mira a tessere relazioni inedite alla luce di una collettività possibile. Parlando di futuro, quali scenari vuole evocare il tuo intervento artistico?

Il mio lavoro evoca scenari fantascientifici tramite il ripensamento del un mondo circostante, proiettato nello spazio immaginativo, un luogo fortemente attinente a quello dei desideri. La realtà spesso supera la fantascienza e non abbiamo idea di cosa il futuro ci può riservare.  Il mio lavoro apre scenari di possibilità in cui non è l’essere umano a guidare il cambiamento. Potremmo estinguerci domani a causa dell’abbattimento di un corpo celeste sulla Terra o essere  “salvati” da una forma di vita aliena.  

Nella tua ricerca esplori spesso i territori della letteratura e dei nuovi media, anche muovendoti alla soglia fra reale e virtuale: quanto conta per te la narrazione e che ruolo gioca nel generare  nuovi immaginari?

L’intento dei miei racconti è quello di riuscire ad aprire un dialogo col mondo, produrre un’ esperienza estetica che abbia una risonanza materiale e concreta nel mondo reale, che viene raccontato e stravolto. La capacità della narrativa di manifestarsi in immagini mentali sempre diverse,  che provengono dal vissuto psicologico ed emotivo di ogni lettore, genera paesaggi sempre nuovi  ed è in questo senso una forza in divenire.

Praticare la complessità: narrAzioni di co-abitazione ecosistemica

«la natura non è un luogo fisico in cui recarsi, non è un tesoro da custodire o conservare in banca, non è un’essenza da proteggere […] La natura non è un testo da decifrarsi in base ai codici della matematica o della biomedicina. Non è l’alterità che offre origine, materie prime e servizi. Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. E tuttavia la natura è un topos, un luogo, che nella sua accezione retorica indica uno spazio in cui si condensano temi condivisi: la natura è, strettamente, un luogo comune»(1)

Fa spesso ricorso, nei discorsi dell’Occidente, questo termine, “natura”: costrutto strumentale a definire l’alterità, consentendo un distacco da essa, risulta funzionale alla produzione di identità, in un processo di sottrazione negativa che mette in atto una precisa politica della rappresentazione. “Natura” è un concetto in sé manchevole e inesatto, un luogo comune(2), appunto, un’affermazione generalmente accettata come vera. Ma “natura” è anche un topos, la dimensione simbolica cui una collettività fa riferimento per ordinare ricordi e sedimentare memorie, per orientarsi nell’esperienza condivisa del mondo. Essa indica, dunque, il luogo della messa in comune, della creazione di senso partecipata. 

Simili suggestioni sembrano riecheggiare nell’opera di Yasmine Chiboub, Sintropoli. A partire dalla riflessione sullo specifico di un luogo – i campi presi in cura dall’APS IS CasciNet in collaborazione con l’Associazione Soul Food Forest Farm Hub Italia nel quartiere Vigentino di Milano – l’artista ne sviluppa le capacità potenziali, in un racconto che, avventurandosi nei territori della fantascienza, propone la visione di un avvenire ipotetico. Decostruendo il binomio natura/cultura e unendo i concetti di utopia e sintropia(3), la narrazione speculativa si interroga sulle attuali modalità di abitare il mondo, suggerendo nuovi orizzonti di condivisione e inedite possibilità di vivere il / in comune. Qui la “natura” si rivela essere, propriamente, un common, una risorsa naturalculturale accessibile a tutti i membri di un gruppo sociale. 

Sintropoli apre a uno scenario futuro in cui il cambiamento non è innescato né controllato dall’essere umano, ma da una forma di vita “altra”, che potrebbe altresì definirsi come una divinità topica. Nel vocabolario della lingua inglese del XVII secolo, le “divinità topiche”(4) erano divinità locali, profondamente connesse a geografie e culture specifiche. E ci ricorda Donna Haraway che, tutt’oggi, «Di questi spiriti abbiamo bisogno»(5) per ripopolare gli spazi comuni. Nel racconto di Chiboub, Olorun(6) guida il passaggio a un diverso stadio 

esistenziale: divenendo parte del suolo stesso lo rende fertile, idoneo a nutrire la mente umana e a consentirle di ibridarsi con le specie biotiche locali e con l’humusità biodiversa del terreno. Radicandosi al luogo, Olorun incoraggia l’intera specie umana a divenire-terra(7), ad abbracciare una dinamica trasformativa affermativa. La rigenerazione, insieme, di terra e individui – umani e non-umani – dà vita a un organismo articolato di cui prendersi cura, attivando alleanze e collaborazioni molteplici. Contro un’idea di progresso lineare e unidirezionale, la metamorfosi al centro della storia presenta un approccio alla complessità ecosistemica che fa della differenza il proprio punto di forza. Sintropoli diventa così lo spazio immaginifico in cui innestare una visione di co-esistenza eccentrica. Qui si attualizza infatti l’utopia urbana del Parco della Vettabbia, che guidata dai principi dell’agroecologia(8) trasforma quell’area in un Bosco multispecie: un’agroforesta capace di ospitare forme di relazionalità simbiotica e autosussistente. 

Sintropoli, di cui si narrano le evoluzioni nei successivi brani del racconto, è dunque, simbolicamente, la città della sintropia, del modello biologico differenziale. Il termine greco polis definisce la città-stato dell’antica Grecia e, al tempo stesso, il modello politico adottato in quel preciso periodo storico: la politica (politikḗ)(9) fa infatti riferimento all’attività di governo e alle forme di amministrazione assunte dal vivere collettivo. Sottintendendo originariamente la parola téchnē(10), la politica delinea altresì una possibilità, per la prassi artistica, di evocare configurazioni inedite nella costruzione e organizzazione delle città. E Sintropoli fa proprio questo: grazie alla sua proiezione visionaria illumina prospettive ancora inespresse, formulando ipotesi per un nuovo prototipo di abitare condiviso secondo un approccio situato e composito. Qui “natura” e “cultura” trovano la loro sintesi in un’ecologia integrata di ruralità e urbanizzazione.

 

Deborah Maggiolo

 

1 Donna Haraway, Le promesse dei mostri. Una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata, DeriveApprodi, 2019. Traduzione a cura di Angela Balzano. (p. 40)
2 Già nella retorica classica, schema di ragionamento precostituito 
3 Grandezza che si contrappone all’entropia, misura del grado di disordine e indeterminazione di un sistema (fisico o chimico). In un sistema sintropico i fenomeni danno vita a strutture sempre più ordinate e differenziate (es. fenomeni biologici). 
4topik gods 
5ibidem 
6 Divinità suprema e creatrice della popolazione africana Yoruba, sita nell’area occidentale del continente. Il suo nome significa “Il signore del cielo” (olo=”signore” e orun= “cielo”). È il dio della pace, dell’armonia e della purezza. Secondo questa mitologia, è associato al colore bianco e domina tutto quanto possiede questo colore (le ossa, il cervello, le nuvole). Olorun creò l’universo, fissò il giorno e la notte, ordinò le stagioni e stabilì il destino degli uomini, introducendo per loro anche la morte. 
7 Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi, 2014. Traduzione a cura di Angela Balzano. (p.77) 
Con l’espressione “divenire-terra” Braidotti si riferisce alla prospettiva planetaria di trasformazione affermativa che, innescata dalla condizione postumana, porta in luce «le problematiche dell’ambiente e della sostenibilità sociale, con un’enfasi particolare sull’ecologia e la questione del cambiamento climatico.» Una simile trasformazione «comporta uno spiazzamento dell’antropocentrismo e il riconoscimento della solidarietà transpecie sulla scorta del nostro essere radicati all’ambiente, vale a dire incarnati, integrati, in simbiosi con altre specie.»
8 L’applicazione dei principi ecologici alla produzione di alimenti, carburante, fibre e farmaci nonché alla gestione di agrosistemi. 
9 Dal greco antico “che attiene alla pόlis”