Oscena Campo Purgatorio

INTERVISTA A RAFFAELE GRECO

Genealogie del Futuro riflette sull’abitare contemporaneo, ripensando nuove modalità di convivenza e partecipazione attiva. Come vengono declinati questi aspetti nella tua ricerca?

Non sono in grado di ripensare a nuove modalità di convivenza, sono forse in grado di riflettere sulla contraddizione delle convivenze che non riusciamo a vedere. Disvisione è proprio questo. L’arte potrebbe veicolare la gente a farsi giuste domande. La soluzione momentanea (decadente o no) si troverà nella collettività e non negli artisti. La partecipazione attiva potrebbe essere un’incazzatura collettiva non spettacolarizzata e mercificata. Cosa difficilissima.

Nel progetto Ecosofie Urbane le modalità del vivere cittadino vengono ripensate secondo una sensibilità ecologica sostenibile: in che modo avviene questo ripensamento nel tuo lavoro? Quali rapporti nuovi, secondo te, possono instaurarsi tra vita urbana e pensiero ecologico?

Bisogna chiedersi collettivamente (esempio minimo): chi è che vuole veramente palazzi a forma di frigoriferi come architettura contemporanea? Io no.

La progettualità alla base di Ecosofie Urbane mira a tessere relazioni inedite alla luce di una collettività possibile. Parlando di futuro, quali scenari vuole evocare il tuo intervento artistico?

Credo che siamo già in un lieve e poco evidente processo di ricostruzione di piccole collettività, se vogliamo “comuni”. Sto conoscendo sempre più gente (parlo di giovani) che prende la decisione di ritornare in luoghi isolati, spopolati, come piccoli borghi o campi e terreni agricoli e montuosi, per ripensare nuovi modi di vite possibili, se vogliamo ecosostenibili e anticonsumistiche. Questo potrebbe essere interessante ma non è sicuramente una decisione che prendono in molti. 

È invece inevitabile, non si può non vedere, che la società in massa si sta direzionando verso una stupidità assoluta. Per non dilungarmi mi soffermo al solo nostro ambito: noi, nuovi autori nel campo artistico, vogliamo riuscire, mostrarci, ci tuffiamo in metodi e pratiche di divulgazione di noi stessi, tramite nuove forme di comunicazione. Ho la vaga impressione che tra di noi non ci guardiamo negli occhi, non ci accogliamo a sufficienza. Forse per paura di non poter vivere di arte, ritmi frenetici, si è sempre rincorsi da qualcuno o qualcosa, la costruzione della nostra persona messa in mostra, prestante, che compete individualmente con altre persone prestanti, tutto questo ci rende “svisionati”, lobotomizzati… Siamo tutti apatici, rincoglioniti. Lo smaltimento e la rigenerazione devono partire da certe scelte, da prese di posizione nette che escludono per vocazione, non per malizia ma con una giusta cattiveria. Esempio: la critica è oggi inesistente a tal punto che non riusciamo ad ammettere che la maggior parte delle mostre che si vedono a Milano, sono mercato, business o tendenze che vanno a periodi di tempi circoscritti. Raramente tutto ciò ha a che fare con la sperimentazione dell’arte. Questa cosa in realtà si dice molto, in situazioni protette, ma non si legge mai, oltre qualche accenno da qualche docente accademico. Abbiamo timori, siamo auto censurati. 

Il mercurio, la merda nell’acqua e nei campi, sono solo la conseguenza di un inquinamento che non si vede al microscopio. L’essere inquinati è una condizione che nasce dall’astrazione che l’uomo fa del pensiero di natura. Le prime cose ad inquinare sono mentalità inquinate. È un virus. Silvio Berlusconi nel 2021 riesce a fare notizia sul fatto di poter essere uno dei candidati al Quirinale. Questo è inquinamento atmosferico. Sento di vivere in un processo di transizione che porta sempre più a questo, i miei interventi d’arte non sono altro che tentativi di cercare meraviglia negli ultimi cenni di nostre vite possibili.

 

Cos’ha a che fare la disvisione con l’oscenità? Perché il campo diventa il purgatorio e il purgatorio campo d’azione?

Oscena Campo Purgatorio parla di un incanto da disincantare. Sandro Sardella è l’autore dei Discanti, parole di un Poeta vivo perché vissuto nell’incantesimo della vita e capace di cogliere Discanti

La Disvisione, termine che ho scoperto sul sito Giap (Wu ming), la leggo come atto di omissione, quindi di omertà. Oscena è l’azione che accade fuori scena, non viene mai rivelata ma è l’unica cosa possibile che permette che una struttura teatrale si regga in piedi. Noi tutti disvediamo ed è proprio da questo che le strutture sociali sono rette.

Il campo non diventa purgatorio. Il purgatorio nel mio immaginario è un campo, ancora vuoto, sulla quale poter decidere che strada intraprendere e cosa costruire. 

Oscena Campo Purgatorio è una fase propiziatoria di questa decisione.

Il link di riferimento del sito Giap (Wu Ming) è: https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/07/disvisioni-servitu-volontaria-e-cecita-selettiva-ai-tempi-del-covid-19/

Oscena

Compendio di un progetto in tre atti, svoltosi al Parco della Vettabbia 

Oscena Campo Purgatorio, Raffaele Greco con la partecipazione di Sandro Sardella  

un cupo nero militare 

il nero della notte invernale 

il nero è nero 

il nero di un gatto nero 

le macchie d’inchiostro 

le nuvole nere 

il nero mantello del fantasma dell’ignoranza  

il nero fascista delle camice nere 

il nero in bilico tra il pianto e il riso 

il nero del clero  

il nero sotto le tue mutande 

il nero del petrolio

Le viscere della terra si smuovono e i Giufà riemergono, producono fumo, si muovono come  serpenti che trovano la luce del sole, che mai hanno visto prima di allora: si liberano. Il campo è  loro, si disperdono lasciando tracce, suoni che rimbombano e si uniscono alla voce della terra. Ma  alla terra devono fare ritorno, e si immergono nuovamente, si sdraiano e ritornano compost,  ritornano alla voce madre, alla Terra che li rivuole con sé, che non li lascia andare, le luci non  servono più, le luci sono superflue, il freddo è tagliente, anime in pena in un purgatorio terroso.  Nero, nero e solo nero. 

piegato cagare 

il pulsare della febbre 

             la mano scrive 

            lamiere petali 

                                           sulle braci 

                                           bevi  

                                           braci 

                                           baci 

                                           baci 

                   bestemmiati 

                                baci 

Bruciano la carne, le interiora, gli intestini, offerte alla terra, fuoco inestinguibile. Il fumo sale in  alto e mosso dal vento sembra il respirare di un corpo che apre la bocca ed emette parole. Le  stesse parole che fuori-campo continuano a ripetersi, instancabili, che non hanno pace che  lamentano verità e, viscerali, creano immagini e immaginari; sono febbrili e sono lame e sono  braci, bestemmie e baci. 

hanno comprati i corpi 

hanno comprate le intelligenze 

Scrutano ciò che sta loro attorno e urlano: DOVETE STARE ATTENTI ALLE PIANTE! Perentori e veloci  agiscono e si muovono, delineando la storia del campo e di tutti i campi. Avvertono la paura  dell’errore in chi li guarda. I Giufà i primi protagonisti dello sbaglio, che redarguiscono gli altri. 

allora lasciamolo bruciare l’uomo spazzatura 

la mente per pensare e produrre spazzatura 

la terra per fare spazzatura per uomini spazzatura 

mangiare e bere spazzatura 

cagare spazzatura  

soffocare nella spazzatura 

nascondere la spazzatura 

Inutili, inetti, superflui, occupano uno spazio non loro, lo devastano, lo scavano, lo distruggono, lo  dominano. Illusioni di potere, inutile credenza. I Giufà ridicoli tornano alla terra, attraversando un telo, lasciandosi schiacciare, ma sono solo spazzatura, spazzatura che puzza di impostore, di  impostura. 

Le risposte sono nella natura?!? 

L’ombra appartiene alla luce!

 

Francesca Greco

 

I testi in corsivo sono estratti dalle poesie Discanti di Sandro Sardella. Il poeta ha collaborato alla realizzazione della performance.