Una Giornata Sottile

INTERVISTA A SIMONA PAVONI

Genealogie del Futuro riflette sull’abitare contemporaneo, ripensando nuove modalità di convivenza e partecipazione attiva. Come vengono declinati questi aspetti nella tua ricerca?

Nella mia poetica intendo la convivenza come principio di continuità tra più spazi e tempi: lo spazio e il tempo dell’anima, lo spazio e il tempo biologici del corpo, lo spazio e il tempo sconvolti dell’infanzia, lo spazio e il tempo originari e trascendenti, lo spazio e il tempo spirituali e infiniti, lo spazio e il tempo ambientali, lo spazio e il tempo di una giornata, lo spazio e il tempo storici, etc… In un tempo e in uno spazio che ci riguarda la partecipazione non può essere che attiva.

Nel progetto Ecosofie Urbane le modalità del vivere cittadino vengono ripensate secondo una sensibilità ecologica sostenibile: in che modo avviene questo ripensamento nel tuo lavoro? Quali rapporti nuovi, secondo te, possono instaurarsi tra vita urbana e pensiero ecologico?

Lo spazio urbano è un ecosistema, personalmente lo immagino sostenibile nei termini per i quali ci si possa perdere al suo interno, e, allo stesso modo, possa disporre di luoghi che predispongano la riconquista del proprio equilibrio interiore. 

Ripensando al mio lavoro in termini sostenibili, penso sia giusto lavorare con quello che è già presente, così la ricerca riesce ad acquisire un valore reale. Con i miei interventi sono alla costante ricerca di questo equilibrio: poter creare una forma il più possibile vicina alla vita, perciò sostenibile. 

Avere un pensiero ecologico per me ha molto a che vedere con il percepire più attentamente i rapporti tra le cose. Probabilmente questo pensiero, qualora dovesse radicarsi, tenderà a volerle avvicinare realmente.

La progettualità alla base di Ecosofie Urbane mira a tessere relazioni inedite alla luce di una collettività possibile. Parlando di futuro, quali scenari vuole evocare il tuo intervento artistico?

Mi piace lavorare nell’ottica di una riattivazione di spazi prediligendo quelli ricchi: pieni di vita, nascondigli, rientranze e insenature, spazi che respirano e che non si concedono completamente a prima vista, ma che richiedono e stimolano un desiderio di scoperta. Credo in un’arte in grado di evocare quella stessa intensità propria dell’infanzia durante la quale si entra, per desiderio di scoperta, in un luogo chiuso o abbandonato che pulsa di una vita misteriosa. Vorrei continuare a lavorare su questo contro-spazio, quello che purifica e compensa tutti gli altri luoghi in un’utopia localizzata.

All’interno del palinsesto di interventi artistici PropagAzioni hai presentato l’installazione sonora Una Giornata Sottile, che riflette sullo spazio, ma soprattutto sul tempo scandagliato nelle 24 ore della giornata. Questa tua installazione pulsa, come dicevi, proprio di un’energia tanto forte, quanto misteriosa: si tratta di un’abitazione di fortuna, apparentemente abbandonata, al cui interno è riprodotta una traccia audio che si alterna con una seconda fonte auditiva posta all’esterno della casa. Anche in passato, e a più riprese, hai lavorato con l’idea dell’accampamento e del luogo abbandonato, ad esempio nelle serie fotografica del 2019 La Casa di Adamo in Paradiso, ti andrebbe invece ora di parlarci del tuo cortometraggio del 2021, Domicilio?

Si, penso che l’arte sia un mezzo con il quale ripercorrere il filo delle cose. L’accampamento nomade de La Casa di Adamo in Paradiso fa eco alle prime costruzioni primordiali. Tornare con la mente a momenti antichi, solo idealmente localizzati, e ritrovarli attorno a noi, ci aiuta a non perdere il contatto con la nostra storia. 

Domicilio è invece ambientato in un vecchio capannone abbandonato, un’ex fabbrica di motori navali in corso di demolizione. Una volta abbandonato, il luogo, apparentemente inattivo, si è caricato della storia che lo ha governato ristabilendo un equilibrio interno naturale. Ciò che accomuna Domicilio a Una giornata sottile, il mio ultimo intervento, è lo stesso fil rouge di tutto il mio percorso: il prendersi cura di qualcosa. Mentre in Domicilio la cura e la pulizia dello stabile fanno da contraltare alla violenza della distruzione, in Una giornata sottile predispongono un luogo ad accogliere una vita trasformandolo da baracca a interno abitativo.

Abitare il confine

Simona Pavoni, è un’artista visiva che indaga il concetto di corporeità sul piano architettonico, biologico, spirituale e magico. 

Il 16 ottobre 2021 Simona Pavoni ha presentato l’installazione sonora e ambientale Una Giornata Sottile presso il Campo della Vettabbia. 

Fin dagli albori della sua ricerca l’artista si è dedicata al concetto di confine, o contorno, partendo dall’analisi delle superfici degli oggetti domestici fino ad arrivare a studiare il perimetro della casa in quanto rivestimento di un corpo. Gottfried Semper nella seconda metà del XVIII secolo, riflettendo sulle origini dell’ornamento, afferma a tal proposito che il “rivestimento è più antico della costruzione”.

La stessa idea di rivestimento, contornamento, o confinamento è presente ed evidente anche e soprattutto in natura: senza la pelle, ad esempio, un corpo umano non potrebbe esistere, esattamente come senza la corteccia un albero non sopravvivrebbe.

Simona Pavoni analizza e studia il concetto di confinamento, e dunque di contenimento, individuandolo come presupposto di esistenza: senza un confine, un limite che possa accogliere e contenere una vita, la vita stessa non potrebbe esistere. Nella sua ricerca, il contorno è allora percepito come una condizione dell’essere, e in questo senso l’artista interviene su perimetri che riescano tuttavia a preservare la realtà di ciò che delimitano. Come fa la pelle, proteggendo il corpo umano, ma rendendolo anche traspirante, o come la muta di un insetto che, adattandosi perfettamente alla struttura dell’animale, lo corazza. Questo è possibile quando il perimetro aderisce con un comportamento mimetico attorno all’area che circoscrive, senza dunque oscurarne la natura, ma sempre permettendo uno scambio tra interno ed esterno. 

Anche Una Giornata Sottile nasce da una riflessione sui contorni, quelli più sfumati dello spazio e del tempo contenuti all’interno di una giornata. Attraverso una traccia audio di un’ora, divisa su due canali, l’artista ripercorre il passare del tempo, dai primi attimi del risveglio, fino all’imbrunire della sera. 

Lo spazio sonoro dell’installazione si distribuisce tra l’interno e l’esterno di una struttura in legno (realizzata da ARCò Architettura & Cooperazione) sollevata, solo per un giorno, dalla sua funzione abituale di ricovero degli attrezzi, diventando dunque la dimora allestita dall’artista. All’interno della stessa il suono ricalca la natura fisiologica di un corpo umano nel suo spazio abitativo, sentiamo uno sbadiglio, poi il battito di un cuore; mentre fuori, rumori provenienti da diversi ecosistemi convivono, udiamo bambini che giocano, un carretto di polli che passa per una strada sterrata, un cantiere attivo.

Entrando nella casa tuttavia, sebbene lo spazio sia sereno e accogliente, in cui i colori dell’ambientazione, giallo e blu, vengono risaltati dalla giornata soleggiata, si ha la sensazione di essere gli invasori di un luogo intimo e profondamente vissuto. Ci accolgono una cucina, una cesta di frutta, piatti sporchi, un bicchiere ancora fumante di tè, una piccola libreria, e alcuni vestiti mal piegati. Solo giungendo alla camera da letto ci accorgiamo di non essere i soli ad animare lo spazio: un vespaio svetta sulla parete accanto al letto. C’è anche un piccolo dipinto, ma per vederlo bisogna per forza passare in mezzo alla danza delle amiche animali. È Paesaggio di sera, un dipinto di Enrico Pierotti che l’artista ha scelto eleggendolo a distillato visivo dell’intero intervento ambientale.

L’intera struttura diventa allora un confine senza confini: accedendo all’abitazione si supera un limite tra interno ed esterno, tuttavia entrandovici si approda in tutti i contenitori rievocati dai rumori presenti: ci si ritrova dentro uno spazio abitativo, ma contemporaneamente siamo dentro una chiesta, e poi nella membrana del cuore umano, ma soprattutto ci ritroviamo anche all’interno dell’ecosistema di un gruppo di vespe, il quale si era insediato nella struttura prima che arrivassimo noi, e prima che arrivasse anche l’artista.

Attraverso questo intervento, sonoro e ambientale, Simona Pavoni porta dunque all’estremo il concetto di coesistenza e adattamento, suggellandoli in un’atmosfera irreale dallo spazio e dal tempo indeterminati. 

Per vivere abbiamo bisogno di trasformare la realtà e farci trasformare da questa. Parafrasando Emanuele Coccia, la casa è un aggregato di tecniche di adeguazione tra sé e l’ambiente, per le quali noi compiamo quotidianamente atti che ci rendono solo temporaneamente adatti al mondo in cui viviamo. In Una Giornata Sottile Simona evoca possibili metamorfosi di adattamento scaturite dall’abitare con un’entità che, con la sua presenza, modifica le abitudini e la percezione di uno spazio. Le vespe hanno infatti accompagnato l’artista durante tutti gli allestimenti dell’abitazione e, sempre loro hanno accolto i visitatori il giorno della presentazione, i quali, pur avvertendole come una minaccia, le hanno rispettate come si rispetta un padrone di casa, finendo per esperire tanto lo spazio dell’installazione quanto quello degli insetti. 

Una Giornata Sottile si presenta pertanto come un sistema vitale colto nell’atto del respirare, di cui il movimento aereo delle vespe, così come le tracce audio e di vita lasciate dall’abitante, ne sono testimonianza.

Una Giornata Sottile è un tentativo di sconfinamento di tutti i contorni, che si può però vivere solo oltrepassando un limite, quello dell’abitazione stessa, e il limite di coabitazione con un essere così lontano da noi.

Una Giornata Sottile è allora, infine, un confine reso abitabile.

Anita Fonsati